Capitolo Otto. La tolleranza vale pi dell' epistme. Locke.
Introduzione. La tolleranza nell' Epistola de tolerantia.
Il dibattito su tolleranza e intolleranza aveva alle spalle oltre
cento anni quando John Locke divent famoso in tutta Europa come
autore della Epistola de tolerantia (1689). Il problema della
tolleranza lo aveva coinvolto fin dagli anni della giovinezza.
Quando con la restaurazione della monarchia (1660), suo padre, che
aveva combattuto per Cromwell, lo invit a prendere le armi e
continuare la lotta contro il potere monarchico, Locke non ubbid
perch non fu in grado di decidere da che parte stare. Stava
maturando in lui la convinzione che se proprio doveva fare una
scelta di campo, questa sarebbe stata per la fine delle guerre
civili, per la pace sociale e per la tolleranza fra gli uomini.
Comunque egli si ciment presto su questo argomento con un'opera
dal titolo Saggio sulla tolleranza (1667), che per non pubblic
mai.
Bench l'epoca delle guerre di religione fossero ormai giunta al
termine, il problema della tolleranza religiosa era tornato
clamorosamente d'attualit in tutta Europa per la revoca
dell'Editto di Nantes avvenuta in Francia nel 1685. Fra gli
ugonotti perseguitati da Luigi quattordicesimo molti erano fuggiti
dalla Francia e avevano cercato rifugio nelle nazioni vicine.
Locke in quegli anni si era a sua volta rifugiato in Olanda per
motivi politici (il governo inglese arriv addirittura a chiederne
l'estradizione a quello olandese, per cui il filosofo visse
nascosto e sotto falso nome per un certo periodo), e qui venne
direttamente a contatto non solo con le varie sette protestanti
presenti in Olanda, soprattutto con gli arminiani (vedi Quaderno
secondo/3, Capitolo Sette), ma anche con quegli ugonotti, che
fuggiti dalla Francia, raccontavano delle persecuzioni subite.
L'Olanda allora, oltre a dare asilo ai perseguitati, permetteva
anche una notevole libert di stampa. Qui Locke decise di scrivere
l' Epistola de tolerantia, una lettera aperta indirizzata a tutta
l'opinione pubblica europea; per questo la scrisse in latino.
L'opera usc anonima nello stesso anno in cui l'autore rientrava
in Inghilterra al seguito di Guglielmo d'Orange. Il fatto che
Locke preferisse l'anonimato pu essere messo in relazione con la
situazione del momento, piuttosto delicata per lui (era
continuamente spiato). Comunque non  escluso che la sorte di
tanti fautori della tolleranza nei decenni precedenti consigliasse
ancora la prudenza.
L'Epistola di Locke pu essere considerata una sintesi matura del
lungo dibattito sul problema della tolleranza. Essa perviene ai
seguenti risultati:
1) la tolleranza  un modo efficace di governare, mentre la
persecuzione rende i perseguitati pi tenaci nelle loro idee e pi
accetti ad una parte dell'opinione pubblica;
2) la tolleranza  un valore etico-religioso fondamentale per
chiunque voglia professarsi cristiano. Essa comporta il primato
della coscienza, che  il "luogo" dove avviene la scelta
religiosa. Non si pu costringere gli altri a cambiare opinione
con la forza;
3) la tolleranza  infine anche il corollario di una premessa
filosofica, cio che la verit non  propriet di nessuno, perch
gli uomini sono tutti uguali di fronte ad essa. Inoltre la verit
basta a se stessa, non si conquista, n si difende con la forza.
Sul problema del rapporto fra tolleranza e potere politico Locke
giunge alla seguente conclusione: la libert di coscienza di ogni
cittadino non pu essere considerata un valore assoluto senza
grave pericolo per la societ intera, perci  necessario
l'intervento dello Stato, che deve fissare regole e limiti. Si
tratta dunque di trovare un equilibrio fra i diritti della
coscienza, che impone dei limiti al potere dello Stato (fondamento
anti-assolutistico del potere), e quelli dello Stato, che ha il
compito di tutelare la pace sociale e la propriet privata e
quindi non pu accettare la pretesa di ogni coscienza di avere un
valore assoluto.
Per quanto riguarda il rapporto con le Chiese, il compito dello
Stato  quello di imporre la legge alle associazioni religiose,
che devono essere ridotte al rango di istituzioni private. Locke
propone quindi una netta separazione fra sfera dell'esteriore
(politica) e sfera dell'interiore (religiosa). In particolare egli
insiste sulla necessit dell'indipendenza dei magistrati (in
pratica con questo termine egli indica tutti i funzionari
dell'amministrazione statale) per la delicatezza del loro lavoro.
Se chi rappresenta lo Stato non si pone  super partes  e non
agisce di conseguenza, qualsiasi pace sociale  sempre a rischio.
.
Locke propone la soluzione del problema della tolleranza non tanto
sul piano religioso, quanto su quello politico. Una soluzione non
priva di ambiguit e di ombre, perch il filosofo era convinto che
fosse possibile trovare il delicato equilibrio fra la libert di
coscienza dei credenti e le necessit dello Stato solo se i
cittadini fossero stati affidabili. Egli condivideva l'opinione,
comunemente accettata allora, che gli intolleranti non devono
essere tollerati e quindi escludeva dal diritto alla tolleranza,
pur senza nominarli direttamente, sia i cattolici che i musulmani
e gli atei. Questo nuovo tipo d'intolleranza non era pi di
matrice religiosa, ma politica: i nuovi esclusi non erano
accettati perch non davano garanzia di essere buoni cittadini. I
cattolici erano esclusi dalla tolleranza perch ubbidivano
all'autorit del papa, cio di uno straniero, e quindi non erano
cittadini affidabili (inoltre la lotta contro i cattolici era
positiva perch rendeva pi unito e compatto il fronte
protestante); i musulmani a loro volta erano esclusi perch non
accettavano la distinzione fra il piano politico e quello
religioso e quindi erano per principio contrari alla tolleranza;
gli atei infine perch anche se fossero stati buoni cittadini, il
loro ateismo distruggeva il fondamento del vivere in comune, in
particolare quei rapporti di fiducia che stanno alla base
dell'attivit commerciale.
Questa che per noi oggi  una grave forma di discriminazione era
allora ben accetta, perch favoriva la pace e la sicurezza
sociale, e giustificava anche l'oppressione degli irlandesi da
parte degli inglesi, per cui la sorte dei cattolici irlandesi,
probabilmente allora il popolo pi perseguitato ed oppresso
d'Europa, non pose a Locke e ai suoi connazionali particolari
problemi. Anche per questo la questione irlandese  rimasta fino
ad oggi come una ferita aperta nella storia inglese (confronta H.
Kamen, Nascita della tolleranza, Il Saggiatore, Milano, 1967,
pagina 47. Lo storico inglese parla di un vero e proprio tentativo
di genocidio, in quanto un terzo della popolazione irlandese fu
sterminata e il resto ridotto in servit). Ci vorr molto tempo
perch, almeno in parte, questo livello inadeguato di tolleranza
venga superato in terra inglese; il Test Act, la legge del 1673,
che obbligava i funzionari a giurare di abiurare la
transustanziazione e di prendere i sacramenti solo dalla Chiesa
anglicana, fu abolita dal primo ministro inglese Robert Peel nel
1828 per i protestanti non episcopaliani e nel 1829 per i
cattolici.
Concludiamo ricordando che l' Epistola di Locke, tradotta in pi
lingue, ottenne vasto consenso in tutta Europa, ma suscit anche
delle critiche. Egli che ormai era noto a tutti come l'autore,
s'impegn a chiarire e a difendere le sue posizioni. Cos alla
prima lettera aperta ne seguirono altre tre; l'ultima fu
pubblicata nell'anno stesso della sua morte. Una quarta, rimasta
incompiuta, fu pubblicata solo nel 1706, due anni dopo la morte
dell'autore.


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/4. Capitolo
Otto. Introduzione.
La tolleranza nel Saggio sull'intelletto umano.
Apparentemente il Saggio sull'intelletto umano tratta di un
argomento del tutto diverso dalla tolleranza, ma la centralit di
questo problema e la sua influenza sulle altre tematiche risulta
evidente.
Nell' Epistola al lettore, che  posta come premessa all'opera,
Locke narra come sia nata l'idea ispiratrice. Egli aveva invitato
alcuni amici nella sua casa, con i quali aveva intavolato una
discussione su di un argomento, che non specifica. Egli aggiunge
che la conversazione arriv presto ad un punto morto. Mentre gli
altri erano alla ricerca di eventuali errori di ragionamento,
Locke cominci ad avere il sospetto che la soluzione del problema
dovesse essere trovata in altro modo, indagando sui limiti della
ragione. Cos gli venne l'idea di porre in questione la ragione
stessa, di studiarne potenzialit e limiti. L'opera richiese quasi
vent'anni di lavoro e vide la luce nel 1690.
Nell'Introduzione l'autore ritorna sul motivo occasionale da cui
aveva preso avvio l'opera: Sospettavo che stavamo cominciando dal
lato sbagliato...mentre lasciavamo in libert i nostri pensieri
nel vasto oceano dell'essere. Il sospetto di Locke divenne ben
presto una certezza: Non fa dunque meraviglia che gli uomini,
estendendo le loro indagini al di l delle loro capacit sollevino
questioni e moltiplichino dispute che, poich non raggiungono mai
una chiara soluzione, sono adatte soltanto a far durare ed
aumentare i loro dubbi ed a confermare in loro un perfetto
scetticismo.
L'opera nacque dunque da una serie di discussioni inconcludenti
aventi come argomento "il vasto oceano dell'essere". Si trattava
probabilmente di tematiche di tipo metafisico e teologico,
discussioni di questo tipo allora erano frequentissime in tutta
Europa. In un clima ancora incandescente, anche se ormai solo sul
piano verbale, venivano pubblicate in continuazione opere di
filosofia e di teologia, che tenevano vivo il dibattito. La
maggior parte di questi scritti si basava sull'apologetica
tradizionale; ma alcuni erano anche di alto livello filosofico,
come le opere di Herbert of Cherbury e della scuola di Cambridge.
La scuola di Cambridge, di cui H. of Cherbury (1583-1648)  il
maggior rappresentante, si fece coinvolgere nelle grandi
controversie teologiche del momento e cerc di dare un suo apporto
alla ricerca di una soluzione epistemica rifacendosi alla dottrina
delle idee di Platone. La proposta di questi filosofi di
considerare alcune idee come innate e quindi di fondare su di esse
la base per un accordo generale ebbe un certo peso nelle dispute
dell'epoca. Locke si confronta direttamente con l'opera De
veritate di Herbert of Cherbury nel primo libro del Saggio
sull'intelletto umano. .
Il problema era dunque quello di esaminare la ragione e di
delinearne le possibilit soprattutto nel campo della metafisica e
della teologia. Locke stesso era consapevole dell'importanza di
stabilire le misure e i confini tra fede e ragione la cui
ignoranza pu essere stata la causa, se non di grandi disordini,
di grandi dispute e forse di errori nel mondo. Giacch fin tanto
che non sar deciso fino a che punto siamo guidati dalla ragione e
fino a che punto dalla fede, disputeremo invano e invano
cercheremo di convincerci l'un l'altro in materia di religione
(L. primo, capitolo diciottesimo, paragrafo 1). Riuscire a
dimostrare i limiti della ragione in questo campo significava
poter dare un apporto decisivo anche al problema della tolleranza
e della pace sociale. Perci non deve stupire il fatto che, anche
se Locke ribadisce che il suo scopo  solo la ricerca della
verit, vi sia uno stretto rapporto fra l'analisi teoretica e gli
scopi pratici.
Il tema del primo libro del Saggio  l'innatismo, uno dei pi
importanti della storia della filosofia dai tempi di Platone. Esso
era collegato strettamente con la teologia e quindi con la
religione. L'esistenza di idee innate (come l'idea del vero, del
bene, del giusto, dell'assoluto, della perfezione, eccetera) era
alla base di quasi tutte le prove razionali sull'esistenza di Dio.
Ammetterne l'esistenza equivaleva ad ammettere la presenza innata
dell'idea di Dio nella mente umana.
Sulla dottrina delle idee innate si fondava anche la pretesa
razionalit dell'intolleranza. Se l'idea di Dio  cos
razionalmente evidente alla mente umana, allora chi la pensa
diversamente in campo teologico commette errori di ragionamento.
Se poi, ascoltate tutte le ragioni, l'errante non accetta di
emendarsi, allora significa che  in malafede, quindi punibile. La
conclusione di questa serie di ragionamenti era appunto la
giustificazione dell'intolleranza e della violenza sull'eretico.
L'atteggiamento iniziale di Locke  quello della prudenza, della
consapevolezza dei propri limiti, della piena disponibilit ai
suggerimenti e alle critiche. Poi egli si schiera risolutamente
contro l'innatismo e presenta a sostegno della sua tesi le memorie
di viaggio di esploratori e missionari, usa osservazioni di medici
e pedagoghi e coinvolge indigeni, handicappati e bambini. Il suo
intento  di dimostrare che le presunte idee innate sono in realt
frutto di condizionamenti storici e sociali.
Locke sapeva, rifiutando le idee innate, di opporsi ad una
veneranda tradizione, ma fu abbastanza abile da utilizzare anche
questo argomento a suo favore; infatti spieg proprio con il
rispetto e con la venerazione verso la tradizione il fatto che per
tanto tempo le menti pi alte della storia della filosofia non
avevano compiuto un esame critico della dottrina dell'innatismo
tale da smascherarne l'infondatezza. Gli uomini - egli osservava -
trasformano in idoli le loro opinioni e poi diventano disposti a
disputare, combattere e morire per esse.
La conclusione a cui Locke giunse: Credo fuori di dubbio che non
ci sono principi in cui tutti gli uomini si accordino; e quindi
che non ci sono principi innati (L. primo, capitolo secondo,
paragrafo 27) segna una svolta nella storia della filosofia, ma
segna anche un importante capitolo nella lotta contro
l'intolleranza. E il fatto che la tolleranza stesse diventando
sempre di pi un valore positivo nell'opinione pubblica favor il
successo travolgente della tesi anti-innatistica di Locke. Oggi le
sue dimostrazioni non paiono n particolarmente originali, n
particolarmente convincenti (il che non significa che lo siano
quelle dei suoi avversari).
Il problema della tolleranza condizion in modo significativo
anche la nuova immagine della ragione, le sue possibilit, i suoi
limiti, che Locke andava elaborando nel Saggio. Egli era convinto
che il vero dono che Dio ci ha dato non sono le idee innate, ma
quel meraviglioso lume naturale che ci guida nella ricerca della
verit: cio la ragione stessa. Per Locke essa doveva essere la
guida delle azioni in ogni occasione, anche nella lettura della
Bibbia: Se si tratta o no di rivelazione divina - egli afferma -
 la ragione che deve giudicarlo... Non ci pu essere un'evidenza
che una rivelazione sia di origine divina che sia cos chiara e
certa come l'evidenza dei principi della ragione (L. quarto,
capitolo diciottesimo, paragrafo 10). Il compito della ragione sta
nel tenere lontano gli uomini dalle passioni e da tutte quelle
assurdit che riempiono quasi tutte le religioni, che dominano e
dirigono il genere umano (L. quarto, capitolo diciottesimo,
paragrafo 11). La ragione aiuta le religioni a tenersi lontane dal
pericolo del fanatismo e dell'intolleranza, pericolo sempre
incombente come la storia ha dimostrato. Tante volte l'uomo,
dimenticando di usare la ragione, ha scambiato per verit eterne
le proprie credenze e la propria immaginazione; cos egli 
entrato nel circolo che produce il fanatismo, per il quale ci che
 rivelato lo  perch  creduto e ci che  creduto lo  perch 
rivelato. Questo modo di ragionare non  lecito; noi abbiamo il
dovere di utilizzare in modo corretto la ragione, questo
meraviglioso dono che Dio ci ha dato. Essa  l'unica arma in
nostro possesso contro il fanatismo; se rinunciamo alla ragione
esso diviene inconfutabile ed invincibile. Locke usa anche frasi
molto dure, del tipo: La religione, che dovrebbe pi delle altre
cose distinguerci dalle bestie ed elevarci, come creature
razionali al di sopra dei bruti,  ci in cui spesso gli uomini
appaiono pi irrazionali ed insensati delle bestie stesse (L.
quarto, capitolo diciottesimo, paragrafo 11).
L'opinione del filosofo inglese che la ragione deve essere il
nostro ultimo giudice e la nostra guida in ogni cosa (L. quarto,
capitolo diciannovesimo, paragrafo 14) riassume bene la vera
conclusione a cui il suo Saggio giunge, cio ad un capovolgimento
nel rapporto fra ragione e religione. L'enorme importanza di
questa posizione appare evidente se si pensa che essa sta alla
base di tutto l'illuminismo e delle filosofie che seguirono.
Per concludere possiamo notare che Locke inizia il suo Saggio con
l'intento di combattere le pretese epistemiche della ragione, in
cui vede non a torto una minaccia per la tolleranza. Infatti se la
ragione  in grado di giungere ad una verit assoluta, alle
essenze, riesce poi difficile giustificare razionalmente la
tolleranza. Se invece la ragione ha dei limiti e ne  consapevole,
la strada per la tolleranza  aperta. Questa posizione di Locke,
abbastanza chiaramente espressa all'inizio del Saggio, viene messa
in crisi, se non completamente ribaltata, dal movimento dialettico
che si sviluppa all'interno del Saggio stesso fra il fanatismo e
l'intolleranza da una parte e la ragione dall'altra. Quando alla
fine del Saggio la ragione viene proclamata da Locke unico
strumento efficace contro il fanatismo e l'intolleranza, essa si
trova ad essere posta dal filosofo come giudice e guida al di
sopra di tutto.


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/4. Capitolo
Otto. Introduzione.
La tolleranza nel Saggio sulla ragionevolezza del cristianesimo.
Locke trascorse gli ultimi anni della sua vita rifiutando cariche
politiche ed onorifiche e dedicandosi intensamente allo studio
della Bibbia. Dalle sue riflessioni sui Vangeli usc nel 1695
(ancora anonimo) il suo Saggio sulla ragionevolezza del
cristianesimo come ci  rivelato nelle Scritture.
La prima parte dell'opera  dedicata a Ges Cristo. Locke  tutto
impegnato a tracciarne un'immagine nuova, di un uomo ragionevole,
tollerante, attento ad evitare le provocazioni (Date a Cesare
quello che  di Cesare) e le interpretazioni politiche del suo
messaggio, affinch l'ideale ebraico del Messia politico non si
sovrapponesse al suo insegnamento (Il mio regno non  di questo
mondo). Solo verso la fine, quando il suo destino era ormai
segnato, Ges cominci a parlare pi apertamente con i suoi
discepoli. Ma anche allora egli si manifest per gradi.
L'immagine che ne delinea Locke  evidentemente in linea con il
compito che il filosofo si era prefisso. Infatti il Ges
tollerante e ragionevole veniva poi contrapposto dal filosofo
inglese ai cristiani del suo tempo, che invece si distinguevano
per l'irragionevolezza e l'intolleranza, confondevano religione e
politica e turbavano la pace sociale.
La seconda parte del saggio tratta del rapporto fra la ragione,
scintilla della divina natura, e la rivelazione cristiana. Il
filosofo si sforza di metterne in evidenza la concordia di fondo.
Della ragione riconosce i limiti, ma ne ribadisce l'apporto
insostituibile come guida nella conoscenza. Essa  importante
anche nella lotta contro i preti, per colpa dei quali vizio e
superstizione hanno riempito il mondo (Saggio sulla
ragionevolezza del cristianesimo, La Nuova Italia, Firenze, 1976,
pagina 143). Per la loro sete di potere la ragione  stata
umiliata.
Dopo la pubblicazione di quest'opera egli dovette subire le
critiche di alcuni fra i massimi dignitari della Chiesa
episcopaliana, a cui rispose con una Difesa della ragionevolezza
del Cristianesimo e con un'altra opera dallo stesso titolo
pubblicata due anni dopo.
Il dibattito su questi argomenti era intensissimo nell'Inghilterra
di quegli anni; esso rappresenta veramente il clima dell'epoca. Le
pubblicazioni si susseguirono numerosissime, fin verso la met del
Settecento. Poi l'intensit del dibattito cominci a scemare.


G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/4. Capitolo
Otto. Introduzione.
Tolleranza e dogmatica.
Nel 1703 Locke scrisse un Saggio sull'intendimento di San Paolo,
consultando San Paolo stesso, opera che non pubblic. Il suo scopo
era niente di meno che cambiare le regole dell'esegesi biblica.
Egli proponeva di sganciare l'esegesi dalla dogmatica per favorire
la tolleranza. Questa esigenza nasceva dal fatto che le sette
religiose avevano proposto la loro dogmatica, frutto di spirito
fazioso e intolleranza, come chiave interpretativa della Bibbia. .
Bisognava dunque imparare a leggere la Bibbia in modo nuovo,
aperto, con maggiore attenzione al contesto storico, alla
personalit degli autori, all'uso dei termini come anima,
spirito, ade, al loro substrato filosofico. La sua proposta si
concretizz nel tentativo di interpretare S. Paolo usando come
unico criterio San Paolo stesso. Nonostante che si cimenti in un
campo che poteva vantare grandi specialisti del presente e del
passato (come Erasmo da Rotterdam), Locke manifesta continuamente
nel suo scritto un senso di superiorit, derivatogli dalla
consapevolezza di utilizzare un metodo nuovo, di aprire una via,
di favorire la tolleranza.
Locke si spense nel 1704 mentre si faceva leggere dalla moglie il
Libro dei salmi. Con lui moriva un filosofo che aveva dedicato
alla tolleranza quarant'anni della sua vita. Quando mor era gi
famosissimo in tutta Europa. Egli era riuscito a capovolgere in
buona parte dell'opinione pubblica di allora una scala di valori
consolidata nei secoli e a trasformare in un atto immorale ci che
prima era ammesso e giustificato, cio l'intolleranza religiosa.
Le conseguenze di ci sarebbero state enormi.
